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TV: sul digitale terrestre la corsa diventa ad ostacoli

La grande corsa del digitale terrestre sulle ali delle partite a 3 euro, delle carte prepagate e dei decoder sovvenzionati non sarà una marcia trionfale. Dopo i primi entusiasmi iniziano a circolare i primi dubbi. A partire dal numero degli utenti delle partite in payperview. Così, mentre c’è chi è pronto a scommettere che entro fine anno il digitale terestre avrà superato il satellite (pochi) altri iniziano a sospettare che i «calciofili del digitale terrestre siano ancora parecchio sotto il milione. E questo a dispetto degli 1,2 milioni di schede vendute da Mediaset e delle 500 mila di La7 (che però dichiara che solo la metà sono attive). Inoltre, per una strana coincidenza, tra questa settimana e la prossima si potrebbe concentrare un fuoco di sbarramento di dimensioni ragguardevoli. Un fuoco di sbarramento che, direttamente o indirettamente, ha un unico obiettivo nel mirino: Mediaset.

Si parte da Bruxelles. Forse già in settimana, forse perfino domani, la Direzione Generale Concorrenza e mercato dell’Ue, in pratica l’Antitrust, quella guidata fino allo scorso anno da Mario Monti, deciderà se procedere o meno contro l’Italia: una procedura di infrazione alle norme sugli «aiuti di Stato» che il governo avrebbe commesso con il finanziamento dei decoder per il digitale terrestre. L’ipotesi è che privilegiando una piattaforma tecnologica rispetto alle altre (il satellite e l’Adsl) le sovvenzioni avrebbero turbato il mercato e messo a rischio gli investimenti dei concorrenti. L’eventuale avvio di un’istruttoria colpirebbe in prima battuta il governo, ma non potrebbe non avere riflessi sulle vendite dei settopbox per il digitale terrestre che non potrebbero far più conto sui 70 euro di sconto assicurato dall’ultima finanziaria. E in ultima analisi, uno stop a Mediaset e a La7.

Sempre domani, martedì, è poi atteso il pronunciamento della Corte d’appello di Milano sulla richiesta di bloccare in procedura d’urgenza la pubblicazione dei dati Auditel (vedi articolo nella pagina accanto) mandando in tilt l’oliato meccansimo sharericavi pubblicitari che anche nel 2004 ha premiato i bilanci Mediaset con l’ennesima stagione record.

Infine c’è un doppio capitolo che riguarda l’Antitrust italiano e Mediaset in modo molto più diretto. Nei giorni scorsi gli uomini del Biscione hanno infatti inviato all’Autorità la comunicazione dell’avvenuta acquisizione di Home Shopping Europe, la società che trasmette Canale D, una tv di sole televendite, che trasmette su una frequenza nazionale (era quella un tempo facente capo a Rete Mia e al telefinanziere Mendella). L’acquisto è avvenuto il 18 marzo, rilevando per 104 milioni di euro il 100% della società dal Fondo Convergenza che fa capo a Ubaldo Livolsi. Comprata la società e ovviamente la frequenza tv, che verrà immediatamente digitalizzata per far nascere il secondo multiplex digitale terrestre di Mediaset, cosa di cui ha bisogno come il pane. Mediaset aveva già provato un anno fa a farsi autorizzare un secondo multiplex (che è, ricordiamo, il gruppo di canali digitali, tra 4 fino a 6, che possono passare sull’unica frequenza dove prima stava un singolo canale analogico). Un anno fa però ci fu il risoluto «no» dell’allora presidente dell’Antitrust Giuseppe Tesauro. Oggi al posto di Tesauro, che era stato nominato dal precedente governo di centrosinistra, siede Antonio Catricalà, nominato appena un mese fa. E la stessa Commissione ha appena rinnovato due dei suoi membri con la nomina tra fortissime polemiche di Antonio Pilati e Giorgio Guazzaloca. Nessun problema per Mediaset per ottenere un semaforo verde sia all’acquisizione che al secondo multiplex.

È probabilmente quello che avverrà. Certo che è però una curiosa coincidenza che proprio in questi stessi giorni, il 22 marzo, una delle prime iniziative firmate da Catricalà sia proprio un’istruttoria sulla presunta restrizione della concorrenza e danni al mercato prodotti dall’acqisizione da parte di Mediaset dei diritti sulle partite di calcio di Serie A e B in digitale terrestre, via cavo e sul diritto di prelazione da far valere al momento del rinnovo dei contratti nell’estate del 2007. A quanto fanno sapere in Autorità, l’istruttoria non sarebbe un atto automatico successivo all’arrivo di una denuncia, ma sarebbe invece un’iniziativa nata dall’interno stesso dell’istituzione.

In mezzo a questo groviglio giuridico e regolamentare cade il convegno organizzato in pompa magna per il prossimo fine settimana in Sardegna da Dgtv, il club che raccoglie i maggiori protagonsti della partita del digitale terresetre. In due giorni interverranno tutti e da tutti i settori: tv, tlc, industria elettronica, produttori di contenuti e gestori di reti, studiosi e consulenti. E ovviamente politici. Una grande cornice per annunciare ufficialmente quanto già è trapelato: che l’Italia non potrà rispettare la data del 2006 per la transizione completa della tv terrestre dall’analogico al digitale. Insomma, il prossimo anno non ci sarà nessuno spegnimento di impianti e ponti radio nella vecchia tecnologia. Tutto rinviato al 2008. Forse pure al 2010. Ma con l’ennesimo pasticcio.

Per non dire che l’obiettivo è stato mancato si dice che non ci sarà più il Dday dello switch off, ma si procederà a macchia di leopardo. Oggi si spegne qui, domani là. Ma, per tenere botta e lasciare comunque in piedi la data del 2006, il governo avrebbe deciso che il prossimo anno uno spegnimento ci sarà comunque, anche se limitato a due sole «macchie di leopardo»: la Val D’Aosta e la Sardegna.

In teoria è tutto facile: si gira una leva e la vecchia tv analogica è morta per sempre. Basta dare un decoder ad ogni famiglia e nessuno resterà fuori della nuova tecnologia. Peccato solo che ogni famiglia italiana abbia in media almeno due televisori, di solito collocati in stanze differenti. E il decoder può decrittare il segnale per uno solo (anche per tutti e due, ma a patto di stendere metri di fili per casa e comunque di vedere tutti lo stesso canale). Ma di questo ci si occuperà alla fine del 2006. Per adesso l’annuncio basta e avanza.

Si è detto del secondo multiplex Mediaset: perché a Cologno ne hanno tanto bisogno? Perché Piersilvio Berlusconi nel digitale terrestre ci crede davvero. Tanto da farne la chiave di volta della sua affermazione in azienda: è una sua scelta; è lui che ha premuto per accelerare sul calcio, sulle carte prepagate; e perfino sulle strategie anti Sky, fatte di iniziative e dispetti volti a mettere in difficoltà l’avversario (per chiamarlo concorrente mancano ancora diversi punti di share, anche se l’8% raggiunto talvolta dal satellite sembra inizia a preoccupare Publitalia). Il digitale è insomma l’impronta di Piersilvio su Mediaset, la prima cosa che nasce tutta sotto la sua gestione. Insomma, sembra che lui la veda così. Mediaset già ha riempito i canali del suo unico multiplex. Quando trasmette le partite spariscono Bbc, Class, 24 Ore tv. Quello che non sparisce mai è Rete 4 (ovviamente!) e Boing, il canale di cartoni animati che fa concorrenza (essendo anche gratuito) al Disney Channel di Sky (bisogna ricordare qui che Canale 5 e Italia 1 sono ospitati sul multiplex di Tarak Ben Hammar, quello di SportItalia). Insomma, serve spazio.

A settembre partono i film. Medusa, la casa di distribuzione del gruppo, è già pronta. Ma non solo. Serve il secondo multiplex per far arrivare sul digitale terrestre anche il Grande Fratello: non la versione da un «prime time serale» a settimana più collegamenti spot qua e là, ma proprio la diretta dalla casa, quella che finora è sempre andata sul satellite, all’inizio con Stream, ora con Sky. E sarebbe un ennesimo colpo a Murdoch. Ben più pesante di quella pubblicità negli stadi in favore del calcio sul digitale terrestre che ha mandato in bestia gli uomini di Sky.

Quelle la Repubblica

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